La sussidiarietà e il modello di amministrazione condivisa. Qual è il presupposto perché il piano strategico di Rimini possa decollare e generare progetti capaci di innescare uno sviluppo autenticamente umano?
La risposta è presto detta: si accetti di passare dal modello tradizionale di amministrazione al modello definito da S. Cassese, di "amministrazione condivisa".
La cifra del nuovo modo di amministrare sta tutta nel diverso rapporto tra politica, amministrazione e cittadini. Nel caso del modello tradizionale, politica e amministrazione si rapportano ai cittadini come un blocco da essi separato e distinto quanto ad interessi perseguiti. Nel caso dell’amministrazione condivisa, invece i tre vertici del triangolo convergono nel perseguimento dell’interesse generale.
Si passa così da un rapporto tra istituzioni e cittadini di tipo bipolare e unidirezionale ad uno di tipo multipolare e circolare. L’assunto centrale del paradigma bipolare è che i cittadini siano capaci solamente di perseguire interessi particolari e pertanto che alle pubbliche amministrazioni spetti il compito di farsi carico dell’interesse generale. In questo preciso senso, si può affermare che l’impianto filosofico del paradigma bipolare è hobbesiano.
Il paradigma alternativo è quello della sussidiarietà, che costituisce la base teorica per il nuovo modello di amministrazione condivisa, secondo quanto previsto dall’articolo 118 della Carta costituzionale. La sussidiarietà è un principio eminentemente relazionale, per la cui realizzazione è necessario instaurare fra soggetti pubblici e privati rapporti fondati sulla trasparenza, la collaborazione, il rispetto reciproco, l’assenza del sospetto.
A scanso di equivoci, conviene rammentare che l’esternalizzazione di funzioni e servizi pubblici, nelle forme degli appalti o dell’outsourcing, è un modo di amministrare che rientra nell’ambito del paradigma bipolare, non di quello sussidiario, perché l’amministrazione rimane pur sempre l’unico soggetto legittimato al perseguimento dell’interesse generale mentre il privato è solo un suo strumento.
Ebbene, quando una città arriva al punto di darsi un piano strategico questo significa che il paradigma sussidiario ha già raggiunto quella massa critica, sia tra gli amministratori sia tra i soggetti della società civile portatori di cultura, che le consente di realizzare un vero e proprio mutamento di fase.
Occorre allora adoperarsi affinché tale mutamento non resti solo allo stato potenziale.
Stefano Zamagni
luglio 2008